L’ex Bond Girl e i suoi due mariti

Pure lei vive in Francia. Proprio come Monica Bellucci. Pure lei ha partecipato a produzioni cinematografiche internazionali. Proprio come Monica Bellucci. Pure lei è di bell’aspetto. Proprio come Monica Bellucci. E pure lei recita così così. Proprio come Monica Bellucci. Insomma, non basta mettere sul palco un’ex Bond Girl (ricordate la scena del bacio in 007-Casino Royale?) per offrire uno spettacolo di livello. L’attenzione mediatica, attratta com’è dai personaggi che hanno popolato il mainstream, è appagata dai personaggi prestati al teatro dalla televisione o dal cinema. Ed è quel che accade con Dona Flor e i suoi due mariti, commedia dei sentimenti tratta dal romanzo di Jorge Amado e adattata dalla regista Emanuela Giordano. Mentre i due ‘mariti’ Paolo Calabresi (la Iena) e Max Malatesta se la cavano bene mettendo in gioco mimica e recitazione -a Calabresi corre in aiuto un copione che gli assegna le battute più ironiche, che lui interpreta degnamente- lo stesso non si può dire dell’ex Bond Girl Caterina Murino. Artificiale e ingessata, sul palco ricorda  il cabaret di Pablo Scarpelli che a Zelig interpreta l’attore di telenovelas argentine. Se messa a confronto con la grande prova della ‘madre’ e delle comari (Simonetta Cartia, Claudia Gusmano, Serena Mattace Raso, Laura Rovetti), la Murino non può che farsi rossa in viso.

Qualche ulteriore valutazione flash sullo spettacolo: ottima la scelta della musica suonata sul palco (musiche originali eseguite dal vivo Bubbez Orchestra), mentre è pessima quella di far utilizzare i microfoni agli attori; la scenografia, fatta di pannelli di luce e giocata sul rapporto significante-significato e sui cromatismi, è decisamente efficace e si adatta bene anche a un palco di medie dimensioni come quello del Teatro del Giglio di Lucca. Quindi complimenti al coreografo Juan Diego Puerta.

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Questa è Shadowland

Non è propriamente uno spettacolo di danza. E neppure una spettacolo teatrale. Non è solo recitazione, né solo movimento, né solo fisicità espressiva. Questa è Shadowland, il Paese delle ombre. Un luogo immaginario e a tratti inquietante che richiama la Wonderland di Alice. Ma al posto della ragazzina bionda di Carrol c’è una giovane donna che desidera fuggire dalla premura dei genitori. Gente semplice, che a un’adolescente sta stretta come scarpe più piccole di un paio di misure. Così fugge nella notte per ritrovarsi in un sogno -fatto di ombre, appunto- da cui non riesce più a uscire. Il merito della compagnia Pilobolus Dance Theatre, nata nel 1971 dalla creatività di certi studenti del Darmouth College e ora Institute a pieno titolo tra Washington e l’esplosiva New York, è di aver creato uno spettacolo innovativo e stravolgente che passa attraverso la valorizzazione dell’immagine. Coi giochi d’ombre, questi giovani dai corpi potenti e scolpiti danno forma a prospettive inimmaginabili. Tra citazioni cinematografiche e schemi narrativi quasi fumettistici, i Pilobolus costruiscono una narrazione fluida che sazia lo sguardo e la mente. Poi, tra ironia e sarcasmo, c’è spazio anche per scene intimiste e vagamente sadomaso. Leggi >>>