Mine vaganti (inesplose)

Non se ne può più. E non è certo un problema di omofobia. E’ che il limone è stato strizzato fin troppo e ormai non resta che una scorza acidula. Stavolta Ferzan Ozpetek cambia il suo registro quel tanto che basta, e con Mine vaganti punta sulla commedia agrodolce in cui si dovrebbero raccontare le difficili comunicazioni -e conseguenti (in)comprensioni- con la famiglia di origine. Cioè con un padre e una madre che vedono l’omosessualità come una malattia. Qualcosa di cui vergognarsi. Se poi la storia si ambienta in Puglia, ecco che il gioco è fatto. Leggi >>>

L’uomo nero del miglior Rubini

Sergio Rubini (L'uomo nero)Torniamo al cinema dopo tanto, troppo tempo. C’è per noi un pretesto, il tempo. E c’è un film in cartellone che riteniamo sia il migliore da vedere tra quelli proposti. Ché quando si parla di cinema italiano, i nomi di Sergio Castellitto o Gabriele Salvatores o Sergio Rubini, appunto, rappresentano una buona ragione per far strappare un biglietto. Così è per L’uomo nero. Si racconta la storia di una piccola Italia del sud alla fine degli anni sessanta. Delle sue complicazioni, delle contraddizioni, delle caste d’allora. L’espediente del padre morente e del conseguente lungo, lunghissimo flashback è ormai banale a fin troppo assimilato. Nonostante questo Rubini sviluppa una storia interessante che al di là delle due ore di pellicola riesce a non stancare. Si segue con attenzione l’equilibrio/squilibrio di un figlio che si scontra col padre ferroviere ossessionato dalla pittura e da Paul Cézanne (Rubini), con la madre insegnante che subisce e ama (Valeria Golino), con il giovane zio così diverso dalle altre figure maschili di casa (Riccardo Scamarcio, incredibilmente bravo). Tra la visione di morti e immagini oniriche, il film è costruito e condotto con puntalità e attenzione. Nei luoghi, nei volti, nelle battute, negli ambieni, nella recitazione. Insomma, è un bel ritratto quello che fa Rubini. Peccato che la conclusione, in film di questo genere, è sempre la stessa: le nuove generazioni lasciano il sud per il nord. E quando tornano è solo per scavare nei ricordi. Poi, inevitabilmente, ripartono. Sempre. [Voto: 7] Leggi >>>

“Mio fratello è figlio unico” di Daniele Lucchetti (Italia, 2007): Germano da Oscar

Mio fratello è figlio unico (Elio Germano e Riccardo Scamarcio)

Non avendo letto “Il Fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, testo che ha ispirato il film, non so quale sintesi o quale adesione sia capace di avvicinare (o respingere) il romanzo alla sua trasposizione cinematografica. Non sapendo fare confronti posso quindi sentirmi libero di giudicare “Mio fratello è figlio unico” come uno dei migliori film italiani prodotti negli ultimi anni. Il titolo cita l’omonimo brano dell’indimenticabile Rino Gaetano (splendida la cover degli Afterhours nell’album Germi). Chissà se è un caso, ma nel lontano 1996 Lucchetti ha recitato in “Il cielo è sempre più blu”. Sempre una citazione del buon Rino. Quella volta la regia era di Antonello Grimaldi. Un riferimento musicale che qua è solo un mezzo pretesto. Come pure la ricostruzione storica e politica dell’Italia a cavallo degli anni sessanta e settanta. L’ambientazione sociale e cronologica serve solo per fare da sfondo al racconto di vicende umane controverse e contrastanti. Un contesto in cui gli attori assumono un ruolo chiave sia con la loro recitazione sia nell’improvvisazione che il regista Daniele Lucchetti ha richiesto (preteso?), quasi si trattasse di un nuovo film neorealista. E certi richiami si percepiscono con forza. Tutto ruota attorno alla splendida interpretazione di Elio Germano (Accio) e di Vittorio Emanuele Propizio (Accio da ragazzino). I due, insieme, sembrano davvero la stessa persona. Stessi gesti, stesso spessore, stessa intensità. Una sorta d’empatia istintiva. Leggi >>>