Il pubblico di Paolo Conte

Paolo Conte in concerto a Torre del Lago (9.VIII.2010)

Lo smoking nero indossato per rispetto verso il pubblico pagante merita altrettanto riguardo. Ma è proprio dal pubblico pagante – e un po’ cafone – che arriva quel che non t’aspetti: l’abbandono prima del tempo delle seggioline nel teatro all’aperto di Torre del Lago. Cose che capitano solo allo stadio pochi minuti prima del fischio finale. La gente si alza e se ne va per evitare code all’uscita. Stavolta, in quella sera del nove agosto 2010, non c’è un campo da gioco, ma un palco. E sopra quel palco c’è Paolo Conte coi suoi musicisti. Un ensemble ben assortito di polistrumentisti che insieme creano davvero l’effetto dell’orchestra. E che meraviglia quel vibrafono, soprattutto su brani ritmati come Max.

Paolo Conte in concerto a Torre del Lago (9.VIII.2010)

Insomma, sul palco son tutti lì coi loro smoking. Eleganti, raffinati, armonicamente maestosi. Conte, come sempre in abito scuro, si concede il lusso della t-shirt e non spende parole inutili. Canta, suona battendo sui tasti bianchi e neri che ben conosce. Emoziona attribuendo nuovi significati a canzoni più o meno datate del suo repertorio. Come è già accaduto in un recente passato ripropone la versione soft di Bartali senza risparmiare l’accelerazione che piace tanto alla gente. Quella stessa gente nella quale si mescolava, quasi nascondendosi per timidezza o imbarazzo, il suo vero pubblico. Leggi >>>

Io sono l’amore, di Luca Guadagnino

O si odia o si ama. Ma se si odia occorre interrgarsi sui motivi di tanta aridità. Perché Io sono l’amore, film dal titolo fuorviante, non è solo un ottimo esempio di cinematografia italiana, raffinata e colta. Ma anche un un racconto verosimile di una Milano borghese e bugiarda, fatta di inganni, maschere e bon ton. Ci sono i riti da rispettare e le tradizioni da salvaguardare, l’azienda di famiglia da gestire e un patrimonio di denari e affari che generano profitto e cinismo. Tutto per avere qualche Morandi alle pareti, auto di lusso e abitazioni sfarzose e perfette dietro quei muri della città che nascone interni e giardini simbolo di una classe priva di passione per le relazioni non redditizie. In un contesto come questo, dove le scelte sono obbligate come le parole e i gesti, trova spazio la ribellione. Perché ci si può anche stancare di una vita agiata ma priva di slanci. C’è quindi chi ha il coraggio di osare spezzando la catena e rifiutando la ricca prigione. L’occhio attendo e meticoloso di Luca Guadagnino, accompagnato da una strepitosa Tilda Swinton, vivace sia di fronte sia dietro la camera da presa, propone una vicenda appassionante che si fa forte di immagini e scenografie scandide dalle scelte perfette di luce e inquadrature. Qualcuno ha criticato i continui richiami a Visconti e Antonioni. Bene, si facciano avanti i registi che li conoscono e che sono capaci di rendere l’arte di questi grandi predecessori qualcosa di vivo e mutabile. Leggi >>>

Gli amori folli di Alain Resnais. Mortalmente noioso

Folle non è l’amore, ma il pubblico pagante. Quindi quello che ha visto il film al cinema o quello che, come me, ha noleggiato il dvd per la sua collocazione nella sezione ‘cinema d’autore’. Più che folli, fessi. Immagino che molti siano cascati nel tranello, forse ingannati dalle presenze di André Dussollier, Sabine Azéma e Emmanuelle Devos. Chissà, forse immaginavamo la consueta poesia del cinema francese e la telescopica emozione di certe immagini della filmografia di Alain Resnais. Ma qui si esagera davvero. E non so in preda a quale strana euforia Luis Martinez ha recensito su El Mundo Gli amori folli (il cui titolo originale, Les Herbes folles, è molto più azzeccato visti i ripetuti di alcune sequenze) definendolo come “una delizia, con la virtù dell’intelligenza, giusti dialoghi, una regia perfetta. Resnais un maestro”. Probabilmente quella sera ha sbagliato sala. Leggi >>>

Il mio amico Eric, di Ken Loach

Le cose più belle sono le giocate di Eric Cantona con la maglia dei red devils. Insomma, nel complesso questa è una commedia gradevole che accelera nel finale. Ma è poco comprensibile l’elevazione a ruolo di divino che la critica cinematografica ha assunto nei confronti di Ken Loach e Il mio amico Eric. Giudizi eccellenti, parole folgoranti, stellette a più non posso distribuite a pioggia in una costellazione di consensi. Di fronte a tutto questo si alimentano i miei dubbi sull’oggettività della critica, spesso appannata dal peso dei nomi intoccabili. Questo è pur sempre un film gradevole ma non certo eccellente. E’ la storia di un postino depresso la cui vita è stata condizionata dagli attacchi di panico che lo colpivano in gioventù. E che ora, quando fuma un po’ di marijuana, vede materializzarsi di fronte a sé l’idolo Eric Cantona. Apprezzabile il ritratto di una fetta d’Inghilterra niente affatto borghese. Leggi >>>

Mine vaganti (inesplose)

Non se ne può più. E non è certo un problema di omofobia. E’ che il limone è stato strizzato fin troppo e ormai non resta che una scorza acidula. Stavolta Ferzan Ozpetek cambia il suo registro quel tanto che basta, e con Mine vaganti punta sulla commedia agrodolce in cui si dovrebbero raccontare le difficili comunicazioni -e conseguenti (in)comprensioni- con la famiglia di origine. Cioè con un padre e una madre che vedono l’omosessualità come una malattia. Qualcosa di cui vergognarsi. Se poi la storia si ambienta in Puglia, ecco che il gioco è fatto. Leggi >>>

Videocracy. Basta davvero apparire?

Non è un documentario e neppure una fiction. Non è un film di genere. Allora cos’è Videocracy? Probabilmente un prodotto sopravvalutato che utilizza l’oggetto della sua denuncia per attrarre un pubblico già informato e un po’ voyeur. (La visione dei trailer cinematografici e televisivi mi ha dato la conferma). Un pubblico che è già consapevole dei poteri -e degli strapoteri- del medium televisivo. Un pubblico che, come me, si sarebbe aspettato un’analisi approfondita, un’inchiesta scomoda sulle ombre e sui burattinai della grande comunicazione di massa. Ma in Videocracy non c’è niente di tutto questo. Leggi >>>

Cosmonauta? No, Changeling

Ecco qua le mie ultime due visioni. La delusioni del Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli, che per la prima volta tradisce le mie aspettative ben riposte nelle produzioni Fandango, è stata ampiamente compensata dal perfezionista Clint Eastwood.
Changeling
(Usa, 2008, di Clint Eastwood). In una Los Angeles all’avanguardia di fine anni Venti, una madre perde suo figlio e si ritrova con un bambino non suo. La trama è ben sintetizzata nel termine ‘Changeling’, che significa appunto ‘figlio scambiato’. Clint Eastwood è ancora una volta maniacale nella ricostruzione degli spazi, perfezionista nella cura dell’immagine, enorme nella realizzazione delle scene d’epoca all’aperto. Basta fermarsi sull’incrocio dei due tram o sulla lunga sequenza finale di una Los Angeles in movimento su cui scorrono i titoli di coda. Non mancano quantità enormi di auto d’epoca (una passione sottolineata anche da Gran Torino) e abiti curati nei minimi dettagli. Il tutto in due ore e mezzo di film che scorrono veloci. I drammi che racconta Clint Eastwood sono sempre veri e infondono quel po’ di asciutta tristezza. Non manca poi la critica sociale e politica. Sotto accusa stavolta c’è un’altra casta, quella della polizia d’allora. Interpretazioni impeccabili (l’anoressia di Angelina Jolie drammatizza ancor di più la scena della doccia nell’ospedale psichiatrico), Changeling è stilisticamente uno dei miglior film di Eastwood, che non sbaglia un colpo. [Voto: 8,5] Leggi >>>