Trovandomi a Milano per tutt’altre faccende, fra le altre cose ho voluto far tappa alla libreria Rizzoli. Quella che ha sede nella Galleria Vittorio Emanuele II. Il motivo? La mostra di Sergio Toppi. Avendo incontrato Toppi a Lucca in più di un’occasione e avendo guardato da vicino molte delle sue tavole e illustrazioni originali, be’, la mia posizione è compromessa in partenza. Ma condivido la delusione che ho provato di fronte alle stampe montate nelle cornici in esposizione nella sala Enzo Biagi della Rizzoli. La libreria si trova in una posizione centrale. Anzi, una posizione ideale se si pensa a Milano. Quindi la mostra dedicata a Toppi in occasione dell’uscita della nuova collana edita da Il Giornalino in collaborazione col Museo del fumetto di Lucca avrebbe meritato sicuramente maggiore attenzione. E quel po’ di dignità in più. Della collana, fra l’altro, ho parlato ieri su Exibart. Si tratta di un’ottima iniziativa, ma lamento la qualità di stampa, la carta utilizzata e certe inutili didascalie. La collana resta un bene prezioso. Ma un po’ di attenzione in più non avrebbe guastato.
Paolo Conte all’Arcimboldi. Retrò
C’è molto di Nelson in questo nuovo tour di Paolo Conte. Alle prese con una verde Milonga e Diavolo Rosso restano i pezzi migliori per intensità di interpretazione. Anche se, a parer mio, aver ridotto i fiati a favore di qualche corda di chitarra in più fa rimpiangere un po’ gli arrangiamenti del precedente spettacolo.
Assistiamo al terzo dei cinque concerti in programma al teatro Arcimboldi di Milano. Si tratta della prima tappa italiana del tour e a Milano è un venerdì sera piuttosto caldo. Paolo Conte affascina con la sua eleganza, come sempre. Inizia puntuale e stavolta parla pure. Solo prima di Massaggiatrice. Giusto qualche parola per spiegarne il significato della canzone e l’origine del testo. L’allestimento minimimale e sobrio del palco ci porta indietro di mezzo secolo. E anche le sonorità contribuisco a sostenere questo effetto retrò. Un quadro musicale e teatrale che contrasta con la modernità forse inadatta dell’Arcimboldi. Lì il pubblico ha ben risposto. Era caldo, ma ancora una volta non minimamente azzeccato il tempo giusto per cantare in corso il ritirnello di Via con me, che registra così un’altro mezzo silenzio. Seppur in una pizza prestigiosa come Milano.
Alla fine, comunque, nessun rimpianto. Fatta eccezione per quella mezz’ora abbondante di coda per uscire dal secondo piano interrato del parcheggio a pagamento che serve il teatro. (Cinque euri per il tempo dello spettacolo “e poi si chiude un’ora dopo la fine”, tiene a precisare l’uomo con la giacchetta fosforescente che ci consegna il biglietto). Nessun rimpianto anche perché stavolta eravamo in prima fila. Al centro. E la foto in cui sono ritratti scarpa e culo di uno spettatore che stava piacevolmente conversando nella pausa fra i due tempi ne è la testimonianza. Peccato che tra l’orchestra e la platea ci fosse fin troppo palco inutilizzato.
Segnalo infine che domenica 15 novembre Paolo Conte sarà ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa” (Raitre, solita ora). Le sue apparizioni in tv sono molto rare. Quindi conviene tenerlo d’occhio.
Hopper schiacciato da chiocciole fucsia
Milano. Giorni di fine anno in attesa del duemiladieci. Fa freddo, e nonostante il Natale appena trascorso i negozi del centro sono pieni di gente che si carica di pacchi nuovi. C’è perfino un tram sponsorizzato dalla Coca-Cola con cui il Comune augura ‘buone feste’. E’ sui tram che scorre la vita di Milano. Veloce, proprio come in qualunque altra città. E multietnica. Si assiste involontariamente a conversazioni telefoniche come quella del ragazzo che parla alla madre del suo licenziamento e delle 30 euro di quell’ultima giornata di lavoro che son buone per le sigarette e la bottiglie di capodanno. Oppure ci sono i tre bambini, sicuramente fratelli, che parlano fra loro in milanese ma in arabo con la madre. Sono splendidi disturbatori. Davanti a loro c’è l’anziana cittadina in pelliccia e dall’ampio cappello che li rimprovera severa e parla dei nipoti. Leggi >>>
Massimo Tartaglia come Don Chisciotte
Quest’uomo si chiama Massimo Tartaglia. Un nome proprio finora sconosciuto che entrerà di diritto nell’elenco dei miti contemporanei. Ha compiuto un gesto che per pudore o rispetto o senso civico quasi nessuno avrebbe avuto il coraggio di fare. Ora sarà tutto offuscato dallo spettro della follia. E non è difficle immaginare che Silvio Berlusconi possa presto ‘perdonarlo’. Del resto così è stato anche per Giovanni Paolo II con Mehmet Ali Ağca.










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