Alfredo Castelli, fumettista d’invenzione

Alfredo Castelli (foto di Gianfranco Goria)

Quando si comincia a parlare con Alfredo Castelli non si sa mai come (e quando) andrà a finire. Ricordo un’intervista video raccolta a Lucca durante il salone dei comics, un po’ di anni fa. Al termine dello showcase chiedemmo la sua disponibilità. Ovviamente fu concessa senza batter ciglio. Il problema era l’impegno che di lì a breve lo aspettava allo stand della Coniglio. Castelli era per loro introvabile e c’era una sessione di firme ad attenderlo. Questo mandò su tutte le furie Laura Scarpa, che si guardava attorno per capire dove fosse andato a cacciarsi.
Stavolta il contesto è diverso. Con Castelli ci sentiamo per telefono in una giornata d’agosto che ricorda l’inverno. Diluvia a Lucca. Ma piove anche a Milano. “C’è un tempo di merda” attacca Alfredo. “Difficile vederlo così brutto anche a Milano. Ho passato dieci minuti a chiudere le finestre. Ne chiudevo una, si apriva l’altra… Ed è strano, perché a Milano non c’è mai vento”. Ha creato il detective dell’impossibile Martin Mystère e altri personaggi che hanno segnato la storia recente (fra cui L’Omino Bufo e Gli Aristocratici). Ma il vero motivo di questa chiaccherata è quel lavoro titanico che ha portato alla pubblicazione di Fumettisti d’invenzione!, edito proprio dalla Coniglio. L’intervista, uscita in due puntata su Exibart (uno e due), è qui raccolta integralmente. Mi è sembrato interessante riproporla perché Castelli non si è limitato a parlare del suo nuovo libro. Da studioso e ricorcatore qual è si lasciato andare a considerazioni sul fumetto, sugli artisti PR, sulla critica, sull’arte alta. Ben lontani dal politically correct…

Fumettisti d'invenzione!

(Prima parte)

Fumettisti d’invenzione. Spiegaci di cosa si tratta.
L’idea è quella riassunta nel sottotitolo. L’autore di fumetti nella fiction: al cinema, in televisione, nella narrativa, nella letteratura disegnata, alla radio e in altri media. Si tratta cioè di raccontare come l’immaginario degli autori vede il fumettista. E in genere l’immagine differisce dalla realtà.

In effetti questo è un fatto curioso…
Sì, perché il fumetto non è un mezzo artistico così strano e straordinario. Ognuno, se vuole, in pochi minuti può contattare un autore di fumetti per telefono e chiedergli della sua professione. Insomma, non è un mondo irraggiungibile e lontano. Invece vediamo delle opere di fiction in cui l’autore di fumetto sembra faccia un mestiere particolarissimo come lo studioso delle pietre di Marte.

Tutto questo cosa ti fa pensare?
Che il fumetto sia ancora considerato al margine della cultura.

Del resto il fumettista non è una star. E per strada, eccetto rare eccezioni, è davvero difficile riconoscerli.
Diciamo pure che nessuno è riconoscibile. Chiaramente, seppur di rado, anche a me capita di essere fermato da qualche lettore. Ma questo tipo di riconoscibilità appartiene al mondo televisivo. Non si tratta di un dramma. Il problema, semmai, è che la cultura media e alta non si è mai occupata di fumetto.

Quali sono i motivi che ti hanno portato a scrivere questo libro?
Mi interessava raccontare come è visto il fumettista. Le conclusioni, poi, le tira il lettore. Io ho fornito anche qualche indicazione statistica.

Com’è possibile che la visione del fumettista ne esca così distorta?
Perché non c’è mai stato un vero interesse verso il fumetto. Quindi non si conosce la professione. Per fare un film occorre documentarsi. Ma tutto è sempre farcito da alcuni luoghi comuni che uniscono genio e sregolatezza. E infatti l’immagine offerta del fumettista è simile a quella dello scrittore. Con la differenza che lo scrittore si mette davanti al computer o alla macchina da scrivere perché non ha altri strumenti. Il fumettaro invece fa altre cose. Ma nella fiction non c’è il minimo interesse a scoprire di cosa si tratta.

Esiste qualcuno che è andato vicino alla figura reale del fumettista?
Forse gli americani, che dipingono il fumettaro come un pipparolo che si autocita moltissimo. Poi sconfinano attribuendogli certe patologie. Lo vedono come un sociopatico. A volte, per ragioni narrative, anche un sociopatico-killer. Leggi >>>

Perché non premiare ANIMAls?

Gipi - ANIMAls 5 - scan

Ho un po’ di arretrati ancora da leggere. ANIMAls? Sono a metà del quarto numero. E confermo quanto di buono ho detto finora su questa rivista, a parer mio la vera rivelazione editoriale di quest’anno. Quindi mi stupisco di come ancora nessuno abbia ‘pensato’ di premiarla. (Sempre che i premi contino ancora qualcosa). Le occasioni certo non sono mancate. Che quattro numeri siano troppo pochi per farsi un’idea? Macché. Se qualcosa vale, be’, si riconosce subito.
Rain - ANIMAls 5Insomma, stamani ho trovato in edicola il numero cinque, già annunciato con preziose anteprime. Sfogliandolo mi accorgo di come il prodotto migliori col trascorrere dei mesi. Scopro con felicità Rain -che stravolge un po’ il mio preconcetto artistico nei confronti dei manga, anche se cinesi- e di nuovo Grègory Panaccione. A seguire tutti gli altri. (Di grande impatto visivo le quattro tavole di Gipi in ‘mare aperto’). Alla fine si scopre che la prossima uscita (n. 6) conterrà anche un’intervista ad Art Spiegelman. Però.
Ora ricordo le parole di Laura Scarpa in un’intervista raccolta da Exibart: “È stato Scòzzari, benché sia presente un po’ più a latere nella rivista, a proporre il titolo. Per lui la rivista è ancora un po’ troppo ‘signorina’, troppo educata, avrebbe voluto qualcosa di più ribelle”. Ebbene, sarebbe stato improduttivo riproporre versioni edulcorate de Il Male o Frigidaire. ANIMAls è figlia del suo tempo. Ed è forse quello di cui oggi abbiamo bisogno: un po’ di sana cultura, non troppo elitaria e neanche radical-chic. Perché chi ha qualcosa da dire sa farlo con eleganza. Del resto il ruolo massimo dell’arte è di educare al bello.