Non amo Beppe Grillo. E lo amo ancora meno da quando ho letto un articolo -che ho ancora vivo nella memoria- scritto da Pietro Orsatti sul MicroMega del settembre duemiladieci. L’ho amato ancora meno dopo aver ascoltato le voci di qualche amico dal passato a Cinquestelle.
Non amo Beppe Grillo per quel suo piglio radical chic che amplifica e inquina belle iniziative popolari. E’ il caso dell’ingresso “vietato ai politici” lanciato dal calzolaio di Varese. No, non si tratta di un piccolo focolaio antisemita. Bensì di una contestazione sensata e motivata. Come quella del pizzaiolo napoletano che ai parlamentari ha fatto pagare cento euro una margherita. Lui contestava i costi della politica. Ecco, io posso dire d’amare il pizzaiolo Gino Sorbillo e il calzolaio Giuseppe Riggi. Ma nonostante tutto continuo a non amare Grillo.
“È la Casaleggio Associati a curare direttamente il blog di Grillo, la rete dei Meetup, la comunicazione esterna, la strategia del movimento sulla Rete. E non solo, è anche la casa editrice che cura tutte le pubblicazioni, in Rete e non, del comico genovese e anche parte dell’organizzazione dei suoi tour. […] Per capire le origini del fenomeno Casaleggio, è necessario partire dalle fibrillazioni societarie di Telecom fra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. O meglio, è fondamentale analizzare le vicende di un’azienda del gruppo allora nelle mani di Tronchetti Provera e della Pirelli, la Webegg”.












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