‘A munnezza

'A munnezza, ripresa (a malincuore) con l'iPhone

Vista dalla tangenziale Napoli appare bellissima. Da lassù c’è una prospettiva che taglia la città, la illumina. Si vede il profilo del golfo. Si vede Capri. E Napoli, dalla tangenziale, si vede ancor meglio se lassù ci resti in coda per un’ora e mezzo.
Un ritardo inaspettato che mi fa perdere l’ultimo treno veloce. Proprio quel Frecciarossa che si ostina a reclamizzare una linea wi-fi che a bordo o non c’è o non funziona o funziona malissimo. (Per non parlare poi del servizio 3g -inesistente- che dovrebbe essere garantito a tutti “anche a 300 chilometri l’ora”).
Ecco, durante quell’attesa guardavo Napoli. E pensavo anche a quanto avrei impiegato a tornare a casa. Due, tre, quattro ore più del previsto. Poi scopro, con quel po’ di batterie rimaste per la connessione mobile, che oltre all’incidente con quattro feriti, la gente -esasperata- ha gettato l’immondizia proprio in tangenziale. Ecco perché la coda, ecco perché quel ritardo e l’autostrada chiusa vicino a Capodimonte.
La gente ha protestato, protesta e protesterà. Lo fa perché in giro, soprattutto in periferia, la situazione è davvero inaccettabile. Come e più di prima. Perché ora, per i dannati responsabili di questa scempiaggine che -ahinoi- non riguarda solo la Campania, esistono un bel po’ di aggravanti che non possono essere trascurate.

Napoli è bellissima. E quella monnezza così messa proprio non ci sta.

A Venezia, sotto il “Cielo dei sospiri”

Ponte dei sospiri (Venezia)

Una volta era il “Ponte dei sospiri”, quello più fotografato a Venezia. Ora è il “Cielo dei sospiri”. Qualcosa di angelico e celeste? Macché. I cartelloni pubblicitari, che di notte risaltano ancor di più, rappresentano l’architettura dominante all’interno della quale è stato incastonato il ponte. Un obbrobrio agli occhi e al cuore. Ora che sono qua sulla laguna, dove per la prima volta in questa stagione ho ricominciato a percepire il fastidio delle zanzare, leggo sulla Nuova Venezia che tutti gli artefici di quest’opera orribile si sono pentiti. Da Oliviero Toscani all’allora sovrintendente ai beni ambientali e architettonici. D’accordo, mancheranno pure i soldi per i restauri. Ma niente può legittimare scempiaggini come queste. Pensarci prima?

Non toccate il dito di Cattelan

Il dito medio di Maurizio Cattelan in piazza Affari a Milano - ph. iPhone

Giù le mani dalla ‘mano’.
Per la prima volta ho visto dal vivo il dito medio di Maurizio Cattelan installato in piazza Affari, a Milano. Al di là del significato simbolico dell’opera e delle interpretazioni contrapposte e a volte critiche, L.O.V.E. deve restare dov’è. Potrà anche essere ‘solo’ una provocazione – come sostiene Alfredo Castelli – ma, a ben guardarla, quell’opera occupa nello spazio un volume ideale. Al centro di quella piazza, dove prima c’erano solo auto posteggiate, ora c’è equilibrio e una nuova ponderatezza architettonica. Quindi, ora che ho visto con i miei occhi, ho pensato di sottoscrivere la petizione lanciata da Exibart e Flash Art: il “dito medio” di Maurizio Cattelan resti a Milano. La mia firma virtuale è la millesettecentosessantunesima.

Un cantiere creativo

Pisa, Loggia dei Banchi - ottobre 2010 (ph. iPhone)

Pisa, Loggia dei Banchi - ottobre 2010 (ph. iPhone)

Ecco un mondo intelligente per sostenre la cultura pittorica. A Pisa, un paio d’anni fa, il Comune e una ditta che produce vernici hanno affidato a giovani artisti le illustrazioni dei pannelli da cantiere che contornano la Loggia dei Banchi. Seppur con disposizioni diverse a seconda delle esigenze, la maggior parte di questi pannelli persiste tutt’oggi. Tra gli artisti coinvolti nel progetto c’è anche Massimo Pasca, il cui surrealismo pop si ispira con ovvi richiami e un po’ d’orgoglio a quello di Keith Haring.

Il murales di Massimo Pasca per la Loggia dei Banchi (ph. massimopasca.it)

Non capirò mai la mia povera Italia

All’andata, volo da Pisa a Lamezia Terme. Con Ryanair, gratta e vinci, profumi e applauso di soddisfazione finale dei passeggeri che hanno portato a terra la loro pellaccia. Per inciso, coi lowcost si viaggia bene. Tutto ciò che si racconta di questi voli appartiene alla sfera delle leggende metropolitane. L’obiettivo del viaggio è il secondo principale motivo che mi ha costretto a restare lontano da queste pagine così a lungo: un convegno sul tema della povertà organizzato dal Cnv a Capo Rizzuto (Calabria) in collaborazione con la Misericordia locale e condito da un po’ di partnership istituzionali. E’ difficile parlare delle povertà e dei nuovi (e vecchi) poveri. Anche perché, seppur marginalmente, a una di queste categorie credo di appartenere anch’io. Delle relazioni sfilate in rassegna sul palco ho preferito quelle dei non-accademici. I numeri fanno gola ai ricercatori, ma la politica è forse più efficace se si cerca una soluzione. O, meglio ancora, se si cerca di creare un fronte comune per avanzare pressioni e richieste a chi governa il paese. E’ per queste ragioni che ho apprezzato le parole di Giuseppe Brancaccio (che al di là dell’etichetta d’appertenenza all’osservatorio povertà della Campania è collegato anche alla Comunità di Sant’Egidio). Ha parlato di battaglie civili, di precarietà e criminalità organizzata. “Non dobbiamo accontentarci di essere onesti” ha detto. “Dobbiamo scegliere le soluzioni più efficaci, che ci possano rendere ‘forti’ nella contrattualizzazione politica”. Poi la discussione si è ‘spostata’ sul ruolo del volontariato che, secondo il vicepresidente del Cnv Patrizio Petrucci (e anche secondo me) “è in crisi perché non individua più l’obiettivo della propria azione. Non c’è un disegno progettuale collettivo. E se non recuperiamo questo aspetto, beh, ci frammenteremo…”. Argomenti scomodi da trattare in queste terre. Perché nel sud caldo, in una primavera ancora da sfiorire, mi hanno fanno riflettere il bagno nell’acqua gelida e l’assenza di impianti balneari (ma non di alcuni sacchetti d’immondizia); l’abusivismo edilizio e gli infiniti cantieri aperti di case lasciate a metà con l’anima in ferro sporgente; i parchi sterminati di pale eoliche la cui energia non è per il fabbisogno locale ma pare sia venduta all’Enel; la calda accoglienza di chi quelle terre le abita; lo spopolamento diurno compensato dalla ripopolazione notturna. E poi ancora la Brasilena (una sorta di Coca Cola al caffè), lo stupefacente Amaro del Capo (abusato e di cui mi hanno fatto dono), il gamberetto dentro la polpetta fritta e la dimensione dell’ospite straniero. Insomma, ci sono un bel po’ di cose che non conosco di quest’Italia e che forse, al di là di questo contatto, non conoscerò né capirò mai. Così come non riuscirò a capire perché, pur con un volo Alitalia, ho fatto ritorno a casa a bordo di un Air One. Leggi >>>

Hopper schiacciato da chiocciole fucsia

Milano. Giorni di fine anno in attesa del duemiladieci. Fa freddo, e nonostante il Natale appena trascorso i negozi del centro sono pieni di gente che si carica di pacchi nuovi. C’è perfino un tram sponsorizzato dalla Coca-Cola con cui il Comune augura ‘buone feste’. E’ sui tram che scorre la vita di Milano. Veloce, proprio come in qualunque altra città. E multietnica. Si assiste involontariamente a conversazioni telefoniche come quella del ragazzo che parla alla madre del suo licenziamento e delle 30 euro di quell’ultima giornata di lavoro che son buone per le sigarette e la bottiglie di capodanno. Oppure ci sono i tre bambini, sicuramente fratelli, che parlano fra loro in milanese ma in arabo con la madre. Sono splendidi disturbatori. Davanti a loro c’è l’anziana cittadina in pelliccia e dall’ampio cappello che li rimprovera severa e parla dei nipoti. Leggi >>>

12 ore e 20 minuti

Ecco come abbiamo trascorso un giorno in Umbria. Passando prima da Perugia, poi da Spello, Assisi e Castiglione del Lago. La regione delle ‘signorie’ scopre il suo intimo contrasto fra l’andamento a onda del territorio e la sua dimensione umana contemporanea, fin troppo ristretta nonostante tutto. Il mare è troppo lontano, e le sue aperture e i larghi spazi visivi non si fanno sentire. A Perugia incontriamo amici. E insime raggiungiamo Spello. Al paesino è associato il nome di Arturo Paoli. Ma per chi non lo sa, be’, lui è nato e vive a Lucca. Nelle vicinanze sembra abiti Francesco De Gregori. Se vale il ragionamento fatto per Paoli, credo che sarà difficile incontrarlo. Leggi >>>