Che abbiano ragione i Maya? Sicuramente no. Sappiatelo: il mondo non finire il 21 dicembre 2012. Né poco dopo, né poco prima. Ma questo sarà senz’altro il tormentone di questo nuovo anno. Ci giocheremo su, scriveremo articoli letti e ritwittati (ecco un bel neologismo da aggiungere al dizionario), fremo bilanci ed elenchi. Ma nonostante questo, interrogandomi sui nuovi ‘buoni propositi’, alla fin fine mi sono detto che la mia vita va bene così. Vanno bene gli affetti, che meritano attenzione e che sono l’essenza principale dei miei giorni. Il lavoro? Be’, c’è. Seppur ancora precario, temporaneo, rinnovato e rinnovabile anno dopo anno. E’ una questione di priorità. E questa non si mette certo in discussione. Comunque fra i nuovi ‘buoni propositi’ c’è l’aggiornamento di questo blog. Per il resto, vada come vada, farò (faremo) i conti con la quotidianità.
Al di là di ogni positivismo, socialmente ed economicamente restiamo comunque nel limbo dell’incerto. In cui si intravede la speranza. Ma la prospettiva, ben oltre ogni valutazione, ci vede così: come uomini (e donne) appesi a un filo. E’ per questo che nell’augurare un buon 2012 recupero una delle immagini di Marino Neri, che ho intervistato per Artribune.
Buoni propositi per il 2012
Non capirò mai la mia povera Italia
All’andata, volo da Pisa a Lamezia Terme. Con Ryanair, gratta e vinci, profumi e applauso di soddisfazione finale dei passeggeri che hanno portato a terra la loro pellaccia. Per inciso, coi lowcost si viaggia bene. Tutto ciò che si racconta di questi voli appartiene alla sfera delle leggende metropolitane. L’obiettivo del viaggio è il secondo principale motivo che mi ha costretto a restare lontano da queste pagine così a lungo: un convegno sul tema della povertà organizzato dal Cnv a Capo Rizzuto (Calabria) in collaborazione con la Misericordia locale e condito da un po’ di partnership istituzionali. E’ difficile parlare delle povertà e dei nuovi (e vecchi) poveri. Anche perché, seppur marginalmente, a una di queste categorie credo di appartenere anch’io. Delle relazioni sfilate in rassegna sul palco ho preferito quelle dei non-accademici. I numeri fanno gola ai ricercatori, ma la politica è forse più efficace se si cerca una soluzione. O, meglio ancora, se si cerca di creare un fronte comune per avanzare pressioni e richieste a chi governa il paese. E’ per queste ragioni che ho apprezzato le parole di Giuseppe Brancaccio (che al di là dell’etichetta d’appertenenza all’osservatorio povertà della Campania è collegato anche alla Comunità di Sant’Egidio). Ha parlato di battaglie civili, di precarietà e criminalità organizzata. “Non dobbiamo accontentarci di essere onesti” ha detto. “Dobbiamo scegliere le soluzioni più efficaci, che ci possano rendere ‘forti’ nella contrattualizzazione politica”. Poi la discussione si è ‘spostata’ sul ruolo del volontariato che, secondo il vicepresidente del Cnv Patrizio Petrucci (e anche secondo me) “è in crisi perché non individua più l’obiettivo della propria azione. Non c’è un disegno progettuale collettivo. E se non recuperiamo questo aspetto, beh, ci frammenteremo…”. Argomenti scomodi da trattare in queste terre. Perché nel sud caldo, in una primavera ancora da sfiorire, mi hanno fanno riflettere il bagno nell’acqua gelida e l’assenza di impianti balneari (ma non di alcuni sacchetti d’immondizia); l’abusivismo edilizio e gli infiniti cantieri aperti di case lasciate a metà con l’anima in ferro sporgente; i parchi sterminati di pale eoliche la cui energia non è per il fabbisogno locale ma pare sia venduta all’Enel; la calda accoglienza di chi quelle terre le abita; lo spopolamento diurno compensato dalla ripopolazione notturna. E poi ancora la Brasilena (una sorta di Coca Cola al caffè), lo stupefacente Amaro del Capo (abusato e di cui mi hanno fatto dono), il gamberetto dentro la polpetta fritta e la dimensione dell’ospite straniero. Insomma, ci sono un bel po’ di cose che non conosco di quest’Italia e che forse, al di là di questo contatto, non conoscerò né capirò mai. Così come non riuscirò a capire perché, pur con un volo Alitalia, ho fatto ritorno a casa a bordo di un Air One. Leggi >>>
La minestra del Ministro
Se ho votato, ho sempre votato a sinistra. Da ragazzo, nei miei due o tre anni appassionati, ho preferito l’estrema sinistra. Era una questione di cuore, non di ragione. Un po’ più grandicello, se ho votato, ho votato una sinistra moderata che ancora esisteva. Una volta ho votato pure An, ma in Circoscrizione. C’era un amico, G., deciso a candidarsi. E io gli ho dato la preferenza. E’ un brav’uomo, G. E spesso, discutendo, ci troviamo d’accordo. Poi ho continuato a votare, anche ai referendum (eccetto uno). Il triangolo ‘passione, diritto, dovere’ s’è trasformato in dialettica. E ho votato. Sempre meno, ma ho votato. Negli anni recenti, se ho votato, l’ho fatto senza convinzione. Anzi, se l’ho fatto, l’ho fatto controvoglia. “Ho lottato per quel voto, ho dato tutto per quel voto. E c’è chi è morto per quel voto!”. Lo diceva sempre mio nonno di fronte alle mie perplessità. Lo diceva quelle rare volte che parlavamo di politica. Lui è stato priogniero nei campi di lavoro durante la seconda guerra. Credo sia passato prima da Wietzendorf. Poi fu portato nel lager italiano di Fassberg. Lo catturano i tedeschi mentre raccoglieva legna sul monte Quiesa nell’estate del 1944. Abiatava a Livorno ma viveva da sfollato a Massarosa. Partì con una salopette marrone che gli teneva scoperte le ginocchia. Tornò un anno dopo con la stessa salopette, con parecchi chili in meno e una gavetta nelle mani. Leggi >>>
Sofia mi vede così…
Questo sono io. A disegnare il ritratto è Sofia. Ha sei anni, e da quando è in gradi di tenere in mano un pennarello disegna, disegna, disegna. I soggetti preferiti di questa splendida bambina sono gli animali. Il ritratto rappresenta quindi una piacevole eccezione. Ah, nel disegno che segue, insieme a me, c’è anche T., una bottiglia di acqua Sant’Anna e la gatta S. Leggi >>>









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