Happy Family (2010), di Gabriele Salvatores. Al di là di quel che ne pensa la critica Mariarosa Mancuso, Salvatores ha fatto un ottimo lavoro. Cura ogni dettaglio, gioca coi colori e i loro significati, si diverte a sperimentare immagini e inquadrature raffinate offrendo una visione felice e variopinta di una Milano che così non abbiamo mai conosciuto. Un cast italiano d’eccellenza, una bella storia metacinematografica. E finalmente per una volta si sorride pensando positivo. Il pubblico ringrazia. [Voto: 7,5]
E’ complicato (2009), di Nancy Meyers. Lo stereotipo della famiglia americana. Ricca, viziata e con lo psicanalista a fare da sfondo. Al di là di Meryl Streep, che sfodera come da cliché le sue doti culinarie, il film è tremendamente noioso. Si racconta la storia di una donna separata e in astinenza che finisce a letto con l’ex marito strizzando l’occhio a un architetto (Steve Martin) che le cura i lavori di casa. Un parere sincero? Risparmiatevi la visione. [Voto: 4]
The blind side (2009), di John Lee Hancock. Oddio oddio. Stereotipi a go-go. Vale il discorso fatto per E’ complicato: famigliola americana ricchissima e presuntuosa velata da una bontà filantropica e improbabile. (Anche se poi, sotto sotto, c’è pure una storia vera). Eccoli qua i repubblicani cattolici e tolleranti: si mettono in casa un ragazzone nero e un’insegnante che vota per i democratici ma che è culturalmente adeguata avendo frequentato l’università del Mississippi. Condisci tutto con un po’ di sano rugby, metti un pizzico di sogno americano e il gioco è fatto. All’artificiale Sandra Bullok va il Premio Oscar. Ma va’? [Voto: 5]
La prima cosa bella (2009), di Paolo Virzì. La prima bella notizia è Valerio Mastandrea. Pensavo fosse adatto solo se relegato al ruolo dello sfigato. Ma ogni volta che interpreta un ruolo drammatico è davvero sorprendente. Il film? Quella di Virzì è un’ottima prova. Non delude mai. Anzi, migliora col tempo. Ritorna a Livorno per girare qualcosa che niente ha a che vedere con l’indimenticabile Ovosodo. Una commedia dei sentimenti dove non prevale mai la nostalgia. Si sorride piangendo. Ed è anche per questo che il film, così curato e limato al punto da renderlo quasi perfetto, si può dire pienamente riuscito. [Voto: 7]
Invictus (2009), di Clint Eastwood. Il buon vecchio Clint ci ha abituati a pellicole d’autore. Film lunghi e nient’affatto noiosi. Film drammatici. Film con la morale e stilisticamente perfetti. Così è Invictus. Si racconta la storia di Nelson Mandela attraverso la vittoria del Sud Africa ai mondiali di rugby. Nonostante si inali quel vapore denso di sogno americano, siamo in Africa. Film godibile e impeccabile. Morgan Freeman sta bene nel suo ruolo. Ma sia lui sia Clint Eastwood hanno fatto di meglio. [Voto: 6,5]
Lourdes (2009), di Jessica Hausner. Al di là della chiesa, al di là dell’ateismo. Se il titolo ha frenato il vostro impulso a noleggiare e vedere questo film, sappiate d’aver sbagliato. Non è certo una storia per tutti, buona a sopperire la carenza della commedia in una sera d’estate. Tutto sommato Lourdes è un film obiettivo, assurdo, paradossale. L’intervento del regista è minimale (una scelta riuscitissima) e a condurre lo spettatore sono gli eventi e i loro controsensi. Insomma, un film che tutti – prima o dopo – dovrebbero vedere. [Voto: 6]
Il papà migliore del mondo (2009), di Bob Goldthwait. La storia è quella di un ragazzo che s’ammazza dalla seghe. Letteralmente. E il padre, uno sprecato Robin Williams, da insegnante fallito diventa scrittore di successo speculando sul figlio morto. I personaggi sembrano usciti dai fumetti. E anche se un significato si può trovare, le lungaggini inutili e una trama così così risibile rendono questo film molto sgradevole. [Voto: 3]
Simon Konianski (2009), di Micha Wald. Tre generazioni di ebrei a confronto. Ironico e cinico come spesso capita alle commedie d’ispirazione ebraica, questo film sfrutta qualche buona idea. Che però non basta da sola a stabilizzare una sceneggiatura altalenante. La tecnica? Non è certo il punto di forza. Si fa guardare, ma sul tema ci sono molte pellicole migliori di questa. [Voto: 5]
Dieci inverni (2009), di Valerio Mieli. Tutto il broblema sta nelle parole. Quanto tempo ci vuole per innamorarsi? Una domanda che poneva il trailer di questo film. Ma è sbagliata. Per innamorarsi basta poco, forse pochi minuti. Ma per dirselo questi due ci mettono dieci anni e un’ora e mezzo di film. Isabella Ragonese e Michele Riondino reggono il colpo. Ma tutto il resto, be’, è davvero troppo. [Voto: 4,5]
Il Concerto (2009), di Radu Mihaileanu. E’ davvero bravo Mihaileanu. Train de vie ha affascinato e fatto pensare, Vai e vivrai ha raccontato la tragedia etiope come nessuno. Con questo film si recuperano umorismo e ironia. Non si risparmiano i vezzi del comunismo, la tirchieria ebraica, il surrealismo di una Russia che non c’è più. Godibile, divertente, emozionante. [Voto: 7]























