Ebbene, il ventotto dicembre scorso ho scritto l’ultimo articolo del duemilaundici su Artribune. Titolo: “Il fumetto fa notizia. E si legge su iPad”. Oggi, due gennaio duemiladodici, su L’Espresso esce un articolo di Cinzia Leone. Titolo “Se la notizia diventa un fumetto”. Ok, d’accordo. Sono solo logiche analogie. Il pezzo, poi, è decisamente diverso. Nessun copia-incolla, nessuna carta carbone. Che ci sia almeno lo zampino dell’ispirazione indotta? Chissà. I due contributi sono comunque palesemente recuperabili on-line (qui e qui).
Così come è palesemente rintracciabile l’augurio post-natalizio del buon vecchio Vasco Rossi. Oggi ha fatto notizia (ultimamente gli capita spesso di finire sulle pagine web e “di carta”). Perché come spesso capita ad ogni avvio d’anno, le cronache sono povere di contenuti. Del resto, se pure i ministri vanno in vacanza… Il disegno che rilancio è quello di Angelo M. e Marco Ricci, pubblicato su facebook, che accompagna il testo della portavoce Tania Sax destinato a lanciare -al di là degli excursus- la scadenza del trentuno marzo duemiladodici a la Scala di Milano per “L’altra metà del cielo”, il balletto che ruota attorno alla figura femminile assecondando le canzoni del Vasco-sceneggiatore.
Andy Warhol a Porcari. Ecco perché no
Più che una mostra, questa è una collezione di memorabilia. La sensazione è che si tratti di una un bel pacchetto preconfezionato, pensato e sviluppato per appagare appetiti ‘popular’ in luoghi non propriamente adatti a ospitare personaggi -non ‘maestri’- di richiamo. Almeno per quel che riguarda il piano della comunicazione. Alla Fondazione Lazzareschi di Porcari arriva quindi Andy Warhol. Il cui merito più grande è quello di aver legittimato l’esistenza (e il riconoscimento) della pop art. Onore all’intuizione. Ma quel parallelepipedo in vetro che è la sede, collocato con un anacronismo urbanistico in un contesto che non è ancora pronto ad accogliere arte e innovazione, ospita con palese sofferenza opere che, per lo più, non sono opere. Bensì il frutto di quel meccanismo controverso che è il mercato, la serialità e l’arte applicata al consumo. L’operazione è stata condotta con astuzia: il nome di Andy Warhol, decisamente spendibile, è l’oggetto stesso del prodotto; cioè una mostra itinerante promossa da Pubbliwork che oltre a Lucca mette insieme le città di Messina, Taormina, Perugia e Viterbo. Insomma, proprio un bel pacchetto. Se non fosse che fra le ottanta opere messe approssimativamente in mostra alla Fondazione Lazzareschi ci sono perlopiù gli oggetti frutto della serialità: poster, manifesti, riproduzioni. Pochi gli originali e i prodotti unici. Ma tant’è. Qua vince il memorbilia, e fra i tanti a spiccare -forse come unico elemento simbolo del feticismo artistico tout court- è la cover del ‘banana album’ che porta la firma dei Velvet Underground. Per il resto “Andy Warhol … in the city” (ma quale ‘city’?) trova a Porcari uno spazio angusto e un allestimento traballante dove si fa fatica anche a interpretare la logica della collocazione delle catenelle che tengono su le cornici altrettanto traballanti. Volete davvero vedere Andy Warhol? Ricordatevelo nel prossimo viaggio a New York. Qua c’è solo il tentativo di portare in città un autore popolare sperando che il pubblico, con otto euro, ripaghi il costo dell’operazione.
Un cantiere creativo
Ecco un mondo intelligente per sostenre la cultura pittorica. A Pisa, un paio d’anni fa, il Comune e una ditta che produce vernici hanno affidato a giovani artisti le illustrazioni dei pannelli da cantiere che contornano la Loggia dei Banchi. Seppur con disposizioni diverse a seconda delle esigenze, la maggior parte di questi pannelli persiste tutt’oggi. Tra gli artisti coinvolti nel progetto c’è anche Massimo Pasca, il cui surrealismo pop si ispira con ovvi richiami e un po’ d’orgoglio a quello di Keith Haring.
Ketchup Dunny 2010
Eccola qua l’arte a basso costo: giocattoli di vinile disegnati da geniali designer. Gli art toys passano attraverso la Kidrobot, che ha lanciato proprio oggi la collezione Dunny 2010. Di cosa si tratta? Coniglioni in plastica. Hanno grandi orecchie e sono dotati di braccia e gambe. Appartengono al mondo dei Munny, e nella checklist di questa nuova serie spicca il lavoro del visual artist Sket-One. Il suo Dunny è un bell’omaggio pop al ketchup migliore in assoluto, l’Heinz. Ketchup Dunny va ora a fare compagnia a Mustard e Sweet Relish. Per dare il benvenuto a questi nuovi Dunny, oggi si fa festa un po’ in tutto il mondo. Anche in Italia: all’Urban-Toyz di Roma (viale di Valle Aurelia, 81) e all’Atom Plastic di Milano (via Alessandro Volta, 6).
Pubblicità: un “bronzo” per il fumetto
Prendi un celebre dipinto, costruisci una nuova storia – meglio se ironica – ispirato dall’immagine e rielabora quella pittura per creare una striscia. L’idea è buona. Anzi, geniale. Almeno per quel che riguarda l’aspetto visivo. Sulla reale efficacia del messaggio pubblicitario continuo però a nutrire qualche legittimo dubbio. Se si pensa al concept del team di comunicatori, l’operazione – sofisticata quanto basta – si può dire riuscita. Ma oltre l’effetto mediatico, sarà sufficiente a richiamare al Museo del fumetto di Lucca anche un pubblico più ampio? I fatti parlano del nuovo riconoscimento ottenuto dal Muf al Grand Prix Pubblicità di Cannes: un leone di bronzo per la campagna firmata dall’agenzia pubblicitaria Jwt/Rmg Connect articolata nei tre soggetti (The Strip Poker, The Fart e The Look-Out). Il claim? “Comics are art. Just funnier” (che nella versione italiano recitava così: “I Fumetti sono arte. Solo più divertente”). Insomma, queste pubblicità sono belle da vedere. Davvero apprezzabili. Ora, però, sarebbe interessante poter valutare il loro impatto. Ma dove e quando sono state pubblicate? Sicuramente all’estero. Bene. Forse, a questo punto, una campagna in italia potrebbe essere anche più efficace. Leggi >>>
Una pubblicità artistica per il Museo del fumetto
La pubblicità del Museo del fumetto di Lucca curata dalla società Jwt, nel corso degli ultimi due anni ha ottenuto numerosi premi internazionali. Solo 12 quelli del 2009: Eurobest (nastri di bronzo e argento); London International Awards (bronzo); Adci (argento per la categoria ‘stampa periodica’ e bronzo); Archive; Festival Cannes (bronzo), Wpp Cream de la Cream; New York Festival (oro); One Show (‘merito’); Clio Award (argento). L’idea sviluppata dai pubblicitari dell’agenzia italiana dalla Jwt, la cui sede è a New York, appare semplice e geniale al tempo stesso. Con un po’ di azzardo e un quel tanto di irriverenza che basta, sono state riprese e rielaborate alcune tra le più rappresentative opere d’arte degli ultimi secoli. Sotto il titolo di ‘Comics strips’ si sviluppa così la saga che ha come slogan “Comics are art”. E, sotto, il logo del Muf con la sigla ‘Comics Museum Lucca’. Eh sì, perché questa pubblicità ha fatto il giro del mondo. Su quotidiani, riviste ed emittenti televisive estere. In Italia, purtroppo, non abbiamo potuto vederla. Ma ciò non significa che nel 2010 non sarà possibile tentare anche questa strada. Il rapporto tra il Muf e la Jwt, infatti, continua. E sarebbe inopportuno, trattandosi di un museo che aspira ad essere ‘nazionale’, lasciare intentata la diffusione nel paese. Leggi >>>
















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