Giovanni Lindo Ferretti, idolo bruciato

Con un leggero e privato dolore sono costretto a condividere la critica negativa. Quella di ‘A cuor contento’. Quella di Giovanni Lindo Ferretti. Premetto: sono da sempre dalla sua parte. Non perché lo condivida in tutto, ma solo perché gli riconosco il talento, il pensiero e il coraggio della coerenza col pensiero.

Da sempre ribatto le critiche di chi gli rinfaccia la svolta vaticanista e cattolica a fronte di un passato filosovietico. Accuse figlie dell’incomprensione. Perché Giovanni Lindo Ferretti probabilmente non è mai cambiato. Semmai si è trasformato il mondo. E lui, coerente con se stesso, ha sempre anticipato l’evoluzione -o involuzione- assecondando il perfetto animo punk.

Stavolta c’è qualcosa che non va. E i conti non tornano.

Giovanni Lindo Ferretti - A cuor contento (Flog)

Negli ultimi quindici anni l’ho seguito un po’ ovunque in giro per l’Italia. Ho assistito al ritorno dalla Mongolia e alle elettrificazioni di Tabula rasa, alla genesi del Pgr e alla loro morte, alla svolta verso il minimale -a partire da Montevaso- con Pascolare parole, allevare pensieri. E poi i vari Reduce e Litania inframezzati da Ripasso, Ribassi e Saldi.

Arriviamo quindi al ritorno al pubblico. L’auditorium Flog di Firenze, la sera del 26 marzo 2011, registra il tutto esaurito. E ci sono ancora richieste da esaudire. Così tante da legittimare l’organizzazione a raddoppiare la proposta con un secondo concerto in programma per il 12 maggio.

Un ritorno sofferto già nella premessa. I mesi di assenza, Ferretti li ha trascorsi accanto alla madre malata. Un legame, il loro, che prescinde dal tempo e dall’affetto. Potrebbe sembrare una considerazione presuntuosa, questa. Ma la consapevolezza di un affermazione così fatta è solo la conseguenza di tante parole ascoltate, di racconti condivisi sul palco, di canzoni che esistono apposta per ribadire la forza del legame filiale.

I sentimenti trascinati dal dolore e l’abbandono, si sa, non sono facili da assimilare e smaltire. Ci vuole tempo. Anche se “a cuor contento”, ogni ritorno comporta dei sacrifici e delle rinunce necessarie. Ogni cambiamento ha bisogno di maturare prima di portare a una nuova definizione di sé.

Questo nuovo tour sembra quindi rappresentare una terapia personale. Un processo di ristrutturazione dell’anima che però non si è ancora compiuta del tutto. Ma Ferretti appare stanco e confuso.

Giovanni Lindo Ferretti (A cuor contento) - Flog, 26.03.2011

Provo a spiegare, in sintesi, le ragioni di così tanti dubbi.

  1. Ferretti canta per lo più ad occhi chiusi. E non è un modo di dire. Lo aveva già fatto ai tempi dei Csi sfogando così quel disagio interiore che lo voleva lontano dai palchi. Stavolta, però, sul palco c’è per scelta. Perché ne ha bisogno. Forse, ora, ha solo bisogno di non restare da solo.
  2. Il progetto “A cuor contento” non sembra retto da un’idea chiara. Si passa dai Cccp ai Pgr, si regala al pubblico un corposo live tratto da quel capolavoro di Co.Dex. che pochissimi conoscono. Il pubblico riconosce il simbolo di un’era, ma dimostra di non seguirlo. E’ tiepido, il pubblico. Aspetta solo di avviare il pogo su Per me lo so -da Socialismo e Barbarie- che chiude il concerto.
  3. Ferretti c’è ma non c’è. Non c’è. Segue con gli occhi Luca Alfonso Rossi per interpretare i giusti attacchi. Spesso stona (va detto che l’acustica della Flog non aiuta) e non è troppo in corda. Perché rinunciare così repentinamente a quel minimal-intimismo dei concerti sugli appennini?
  4. A proposito di minimalismo: Ezio Bonicelli e Luca Rossi (ex Ustmamò; e lo dico con nostalgia vera) fanno il possibile con violino, chitarre e quella batteria elettronica che assicura certi ritmi (tecno compresa) che richiamano i tempi andati dei concerti punk con Zamboni sul palco e il pubblico in delirio. L’arrangiamento davvero degno di nota -completo, percepibile e per niente banale- è quello costruito per Unità di produzione.

Insomma, non bastano Narko$ o la riscrittura in chiave contemporanea di brani come Radio Kabul. Non basta A tratti.

“Non fare di me un idolo, mi brucerò. Trasformami in megafono, mi incepperò. Cosa fare e non fare non lo so. Quando, dove e perché. Riguarda solo me. Io so solo che tutto va, ma non va. Sono un povero stupido, so solo che chi è stato è stato, e chi è stato non è”

Il problema non è la percezione di un pubblico che non è più il suo. Non è quell’idolatria a far bruciare il Giovanni Lindo Ferretti che si è trasformato nella contemporaneità. Solo lui può bruciare se stesso.

Quindi, Giovanni, ritrova la tua strada. Ti aspettiamo.

Tobino e Monicelli negli spazi della follia

Due viareggini, due quasi coetanei, due grandi personaggi del secolo scorso. Due uomini di nome Mario. Il primo, Tobino, è medico e scrittore. Il secondo, Monicelli, è un regista. E l’ultimo suo film, Le rose del deserto, è stato tratto liberamente proprio da un libro di Mario Tobino, Il deserto della Libia. Il primo è nato nel 1910, il secondo nel 1915. Entrambi sono cresciuti a Viareggio. E quando tre anni fa Le rose del deserto è stato proiettato al cinema Moderno di Lucca, Mario Monicelli ha colto l’occasione per andare a visitare i luoghi dell’amico Mario Tobino, proprio nel giorno del suo compleanno. Era il gennaio del 2007. E Monicelli visitò l’ex manicomio di Maggiano.

Mario Monicelli a Maggiano (17.gen.2007) - ph. Franco Bellato

Mario Monicelli a Maggiano (17.gen.2007) - ph. Franco Bellato

“Di Tobino sono conterraneo e quasi coetaneo”, disse Monicelli. “Lo conoscevo e lo incontravo a Viareggio, dove ci scambiavamo saluti e considerazioni. Conoscevo lui e la sua letteratura. [...] Lucca è una città che amo moltissimo. Credo sia la più bella città d’Italia. Ha una bellezza scenografica e architettonica, sia per quello che riguarda l’interno della città che per la corona delle mura. Un gioiello unico in Italia. E’ una città di straordinaria bellezza ma poco conosciuta. Esiste, ma in pochi l’hanno vista. Ma questo può anche essere una fortuna”.

Mario Monicelli a Maggiano (17.gen.2007) - ph. Franco Bellato

Così, grazie alla Fondazione Mario Tobino, possiamo apprezzare di nuovo alcune immagini testimoni di quegli attimi. Fotografie scattate da Franco Bellato che documentano una visita malinconica negli spazi della follia.

Follie d’estate: ecco la Coca-Cola da 200.000 dollari

Il collezionismo mi appassiona. Ma solo fino a un certo punto. Esaurito lo spazio fisico coi pochi feticci cui attribuisco un senso -o per passione o per certi particolari ricordi- mi limito a guardare ciò che si muove attorno con curiosità e sorpresa. Scopro così che su e-Bay è in vendita una lattina di Coca-Cola un po’ particolare. La base d’asta è di 200mila dollari (cioè quasi 159mila euri). La sua caratteristica? Essere difettosa. Si tratta di una lattina di South Africa 2010 con una striscia verde orizzontale sbaffata sul tradizionale corpo cilindrico in alluminio. Il venditore armeno, il cui pezzo più costoso messo in vendita (una banconota) è stato aquistato a poco meno di 400 dollari, ha già ricevuto -e rifiutato- due proposte di acquisto. Ognuno è libero di buttare i soldi dove vuole. Ma con 200mila dollari, su e-Bay, se ne possono comprare di cose: una maglia dell’Argentina indossata da Maradona negli anni Ottanta (3.593,80 euro), quattro litografie in blocco firmate e numerate da Keith Haring (30.576,08 euro), un acquerello di Pablo Picasso (79.459,67 euro) o addirittura un appartamento sulla Costa Blanca di Spagna (88.647,12 euro). Ma che tutti questi oggetti sommati corrispondano al valore di una lattina di Coca è davvero troppo. Che siano gli effetti di questo caldo torrido?

Gino Gavioli e Gamma Film: da Carosello a “La lunga calza verde”

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Lo avevo annunciato. E almeno stavolta mantengo la promessa pubblicando la video intervista a Gino Gavioli, raccolta al Muf nel giorno di inaugurazione della mostra sui moschettieri dell’animazione italiana. Un grande autore e illustratore che, con le sue creazioni, ha contribuito alla costruzione del mito di Carosello. Questo spazio in cui la creatività espressiva ha sfruttato -forse inconsapevolmente- la verginità di uno strumento di comunicazione di massa come fu (e come è) la televisione, ha segnato in modo indelebile l’evoluzione del linguaggio importando fra l’altro espressioni e modi di dire che ancora oggi, a distanza di anni, fanno parte del nostro parlar comune. Ricordo bene che nella mia prima giovinezza, ogni volta che ne combinato una, mi dicevano “Sei come Cimabue! Nei fai una, ne sbagli due…”. E quante volte, a tavola, di fronte a un’ovvia esagerazione mio nonno diceva “Cala, cala Trinchetto…”. E’ anche per questo che ringrazio Gavioli.

Evviva Capitan Trinchetto e gli eroi di Carosello

Che se ne dica, la Lucca dei fumetti (e delle polemiche) sta offrendo spunti imbarazzanti all’esterno. Al di là dei sorrisi che i botta e risposta scritti e disegnati sono capaci di suscitare in appasionati e curiosi, l’immagine della ‘città dei fumetti’ si riflette frammentata. Un’incrinatura che può essere compresa a fondo solo da chi vive certe situazioni da vicino. E anche questo, purtroppo, può ugualmente non essere sufficiente per interpretare le dinamiche che creano una distanza siderale fra la Lucca del “Comics & Games” e la Lucca del Muf. Detto questo, vale la pena segnalare un appuntamento passato quasi inosservato: l’inaugurazione della mostra in corso al Museo del fumetto di Lucca. Per l’apertura dei ‘moschettieri’ dell’animazione italiana (Muf, piazza San Romano, fino a dicembre 2010) sono arrivati in città grandi autori che col proprio lavoro -e la propria creatività- hanno contribuito alla creazione di opere capaci di penetrare la cultura, il costume, il linguaggio e gli stili di vita degli italiani del secolo scorso.

‘Quasi’ inosservato perché, in altre circostanze e in altri momenti, incontrare in un unica sala Paolo Piffarerio, Sergio Toppi, Renzo Calegari, Claudio ‘Clod’ Onesti, Sergio Tisselli, Ivo Milazzo, Stefano Gorla (Il Giornalino), e i rappresentanti degli studi di animazione Pagot (Marco Pagot) e Paul Campani (presente Stefano Bulgarelli dell’associazione culturale Paul Campani). Poi, immancabile, per la Gammafilm c’era lo straordinario ed energico Gino Gavioli. Che siamo riusciti a trattenere dopo il taglio del nastro per una video intervista (on-line a breve) di cui si può scoprire qualcosa nell’articolo pubblicato su Exibart un po’ di settimana fa. “La grande fortuna di una persona è di appassionarsi a qualcosa. In qualunque settore, per qualsiasi cosa…” mi ha detto Gavioli concludendo la nostra chiaccherata. “Il mio pallino è quello dell’illustrazione. E finché avrò forza (e voglia) disegnerò. Quando poi non ci sarò più, lassù, beh, spero mi daranno almeno carta e penna…”. Una photostory è stata raccolta (e raccontata) da Luca Boschi su Cartoonist globale. Qua aggiungo per compensazione qualche immagine e il disegno di Capitan Trinchetto di cui Gavioli mi ha gentilmente ‘omaggiato’ dopo l’intervista video. E pensare che dalle sue mani, oltre a Trinchetto, sono nati Cimabue, il vigile Concilia e molti altri personaggi che hanno fatto grande Carosello contribuendo alla crescita della nostra cultura (incredibile a dirsi) proprio attraverso la tivù… Leggi >>>

Tonino Carino da Ascoli

Ha raccontato il calcio in bianco e nero, quando i portieri paravano a mani nude e le maglie, sempre attillate, erano fatte di tessuto pesante. Ha raccontato il calcio con ironia e sarcasmo, lontanissimo dalle caciare dei nostri anni dieci. Ha raccontato e fatto immaginare il calcio quando non c’erano le dirette tivù, quando le partire di serie A le guardavano solo gli spettatori presenti allo stadio. Attesissimo quel 90° minuto condotto da Sir Paolo Valenti. Scorrevano i volti dei corrispondenti. Ma ToninoCarinodaAscoli, da leggere e pronunciare obbligatoriamente tutto d’un fiato, era diventato un’icona. Un saluto commosso a lui e al calcio povero. Due figure che ci mancheranno.

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