J. Edgar e la genesi controversa dell’FBI

Leonardo Di Caprio in J. Edgar

J. Edgar. Un paranoico ossessionato dai comunisti (o bolscevichi), dalle minacce -vere o presunte- all’America, dai negri. Un uomo condizionato dalla sua terribile e amata madre. Clint Eastwood offre un ritratto crudo e politicamente tagliente del gran capo dell’FBI. Eastwood, l’uomo perfezione, racconta in due ore e un quarto di pellicola la vita del controverso John Edgar Hoover. Cioè colui che per quasi mezzo secolo ha diretto il noto Bureau sopravvivendo -previo ricatti- ha ben otto presidenti Usa: Calvin Coolidge, Herbert Hoover, Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, Dwight D. Eisenhower, John Fitzgerald Kennedy, Lyndon B. Johnson, Richard Nixon. E noi che ci lamentiamo della politica italiana…
La biopic firmata dall’ottantenne regista non è certo la sua opera migliore. Eastwood ci ha abituati a film perfettamente confezionati, senza sbavature: da Mystic River (2003) a Million Dollar Baby (2004), da Changeling (2008) a Gran Torino (2008) fino a Invictus (2009) e Hereafter (2010). (Una produzione sovradimensionata rispetto alle capacità di scrittura e direzione di un sorprendente vecchietto). E anche J. Edgar non è da meno. Eppure manca qualcosa. Nonostante il piglio della denuncia fradicia di corruzione, nonostante inquadrature e narrazioni prive di sbavature, nonostante l’ossessionata ricostruzione biografica di un personaggio piuttosto ambiguo, be’, ecco quel che non vorresti vedere (e ascoltare): troppe scene teatrali in spazi chiusi, un invecchiamento palesemente di fiction per qualche volto, un doppiaggio che nella versione italiana -a discapito della tradizione- pecca di quell’anzianità necessaria. J. Edgar non è un film riuscito a pieno. Ma nonostante questo offre ancora spunti e motivazione perché si possa tornare a vedere un film di Clint Eastwood. Che con tutta legittimità possiamo definire un eterno. [voto: 6.5]

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