E’ napoletano. Pieno di idee, autodidatta, ama il fumetto, la letteratura, il rock e la filosofia. Non a caso, fra le sue pubblicazioni, c’è anche il volume illustrato “Chi Ha Paura di Giordano Bruno”. Altri titoli strizzano l’occhio a Cartesio (Scarabocchio Ergo Sum, 2007, e Scarabocchio Ergo Sum 2, 2008). Maurizio Di Bona, che si firma theHand, ha realizzato immagini per il merchandise ufficiale dei Cranberries (Stars tour 2002), di Dolores O’Riordan (AYL tour 2008) e quello dell’attrice Gillian Anderson (We Must Be Theyr Voice 2005). Disegna per Beppe Grillo, collabora con Il Fatto quotidiano e, da tre settimane, con il Misfatto, nuovo inserto satirico del giornale fondato da Padellaro e Travaglio. E – più recentemente – con la rubrica di satira de LoSchermo.it. Cerchiamo quindi di conoscerlo meglio.
Maurizio, tempo fa, scrivendo di te, usai la definizione ‘self made cartoonist’. E’ così che ti senti?
Beh, lo sono di fatto. Non ho frequentato nessuna scuola di disegno o corso di alcunchè. La mia scuola sono stati i fumetti. Che ho scoperto comunque tardi. Anzi, tardissimo. Credo di aver educato occhio e mano molto di più con la visione dei cartoni animati. Ricordo che non mi stancavo mai di guardarli. Spiderman era il soggetto che, da bambino, preferivo disegnare. Ma anche Capitan Harlock, Goldrake e Jeeg. Seguì l’invasione nipponica degli schermi. Il resto? l’ho imparato guardando i ritrattisti degli Uffizi a Firenze. E sfogliando, a scrocco in libreria, monografie dei grandi fumettisti. Poi disegnavo sui banchi del liceo le caricature dei professori. Ecco, più self made di così…
Hai all’attivo tante collaborazioni. Sei riuscito a lavorare per i Cranberries. E anche per Gillian Anderson di X-files. Opportunità che hai colto al volo o conseguenza di una forte perseveranza?
Con i Cranberries, tra l’altro appena riunitisi, è stato un lavoro inseguito a lungo. Addirittua fino in Irlanda… Pensavo di lasciar perdere, perché non ne vedevo mai la riuscita. Invece poi, dopo tanto materiale inviato e pubblicato on-line, il loro manager si fece finalmente vivo per complimentarsi e propormi delle collaborazioni. Con la Dana Scully di X-files, invece, hanno giocato un po’ le coincidenze. Una sua segretaria aveva visto in rete alcune mie caricature della Anderson. Così mi ha cercato. Tradotto: aiutati che la rete ti aiuta.
Raccontaci anche il rapporto con Beppe Grillo. Disegni vignette per il blog, ma hai anche illustrato un suo libro di cui Mina ha curato la prefazione…
Per Beppe Grillo ho illustrato due libri: Schiavi Moderni e la Settimana. Più i quattro calendari dei Santi Laici. Ho seguito il suo blog dall’inizio e mi è subito saltato all’occhio che quello spazio mancasse di qualcosa: era orfano di vignette. Quindi mi sono fatto avanti. Gli mandai una vignetta con lui e Mina e fu pubblicata. Il rapporto è poi cresciuto e si è esteso anche alle illustrazioni per meetup e manifestazioni. La prefazione di Mina nell’ultimo libro ha chiuso il cerchio.
La tua bibliografia è piuttosto ricca. Ed è composta anche da alcune autoproduzioni. E’ così difficile per un illustratore farsi largo nel mondo dell’editoria?
Per un illustratore che propone cose sue, beh, la strada è senza dubbio in salita. Una vera e proprioa arrampicata. Per quanto mi riguarda, individuati alcuni editori che credevo potessero essere interessati ai miei ‘scarabocchi’ e dopo aver bussato alle loro porte, ne ho ricavato solo rimbalzi, stroncature ermetiche e mancate risposte. C’è chi mi ha detto di no senza nemmeno sfogliare il libro che proponevo. Non essendo abituato a piangermi addosso, e scoprendo le potenzialità crescenti del web e print on demand, non ho visto altra strada che fare da me. Non è la stessa cosa rispetto all’avere una pubblicazione ben distribuita nelle librerie e altrettanto ben pubblicizzata. Ma la soddisfazione di avere il controllo totale del progetto, piena libertà sui contenuti e farla trovare comunque on-line, non è cosa da poco.
Credi che il web sia capace di facilitare relazioni e creare opportunità? O alimenta solo un mercato ‘free’ che non permette agli autori di campare?
Il web è un’incognita. Un mare aperto grazie al quale puoi approdare a qualunque costa e attraccare in qualunque porto. Tutto, però, dipende dall’imbarcazione che ti costruisci, da quello che trasporti, da come navighi, dalla voglia di fare e, tornando a quanto chiedevi prima, da quanto si persevera… Scambi e mercato, alla fin fine, finisci per averli con persone fisiche e attività reali. Magari mi conoscono proprio grazie al fatto che le produzioni sono in condivisione (e disponibili gratuitamente). Il free o il creative commons, in questo caso, paga. Non solo in termini di visibilità, ma anche economici. C’è una marea di cose che disegno e metto on-line; e cose che mi vengono richieste da perfetti sconosciuti. Quando gli altri lavori lo permettono, faccio tutto ben volentieri. Per il puro e semplice gusto di fare e condividere. E’ come piantare semi in terreni non tuoi. Alla fine se ci sono fiori e alberi intorno al tuo giardino, il panorama ne guadagna e di conseguenza anche la tua vista.
Parliamo di satira. Hai avviato una collaborazione con il Fatto quotidiano, che ora ha anche un suo inserto satirico. Significa che la satira è ancora viva e ha qualcosa da raccontare?
Come Sandokan! Quando tutti lo davano per bell’e crepato, ricompariva dal nulla e ruggiva ancora: ‘La tigre è ancora viva!’. Il problema è che a volte non si vede. Perché il signorotto di turno, allergico a chi intende smascherarlo con la matita, tenta di soffocarla, nasconderla, oscurarla. L’uscita del Fatto, e adesso quella dell’inserto domenicale Il Misfatto,è davvero una gran bella e salutare boccata di ossigeno. La scomparsa di fatti gravi (e meno gravi) dai tanti quotidiani che affollano le edicola, beh, gridava vendetta. E soprattutto mancava da tempo un periodico di satira scritta e disegnata, a cui spero ne seguano altri, per dar spazio a tanti giovanissimi autori che vedo crescere in rete. Da raccontare c’è tanto, anche se l’impresa è ardua. I politici, nella foga di mangiarsi tutto, hanno ‘fagocitato’ anche la satira. Nel senso che sono diventati caricature di se stessi. E dalle loro bocche esce qualunque amenità. Che poi, diaciamolo, sono sempre gli stessi da decenni. E anch’io, a volte, non so cosa inventarmi.
Sembra che la satira – così come un certo tipo di giornalismo aggressivo, coraggioso e d’inchiesta – passi attraverso blog o freepress. Come giudichi le collaborazione gratuite con periodici e riviste? Un’opportunità da cogliere o un modo di svilire le professionalità?
Mi arrivano spesso richieste per poter utilizzare le mie vignette a corredo di articoli e pezzi scritti da blogger, giornalisti freelance, micro giornali elettronici e via discorrendo. Non ci vedo niente di svilente. Anzi… Intanto è un riconoscimento di stima che fa sempre piacere. E poi queste realtà vanno supportate. A volte vorrei fare anche di più e star dietro a tutti. Ma come si fa? Il tempo non basta mai. Sposo spesso le cause, perché io stesso gestivo un webmagazine che si occupava di satira, arte e musica indipendente. La rete è un flusso di dati in continuo divenire. Il panta rei di Eraclito è la prima cosa a cui penso per spiegare come vedo il web. In quest’ottica non si può entrare senza partecipare. Occorre muoversi, evolversi, crescere, condividere, prendere e, se si ha da offrire, dare. Analogamente a quanto dicevo riguardo al concetto di ‘free on-line’, escludendo a priori chi sfrutta o chi lucra in qualche modo sul lavoro offerto da altri, queste collaborazioni possono rivelarsi più fruttuose e utili di quanto non si creda.
Poco tempo fa, prima di questa intervista, ho chiesto a Maurizio di scrivermi il suo pensiero sul tema della satira per un articolo appena uscito su Exibart onpaper. Lui, sempre gentilissimo, ha risposto così.
Proprio in questi giorni sto disegnando vignette e illustrazioni per il primo numero de Il Misfatto (inserto satirico de Il Fatto Quotidiano con cui collaboro) che uscirà con il giornale il 21 febbraio [l'inserto è ormai alla sua terza uscita, ndr]. E’ un ottimo segnale di vitalità della satira, se si considera che in Italia veri e propri periodici di contenuto satirico mancano all’appello da tempo. In questi ultimi anni sono stato testimone diretto e indiretto, di tentativi velleitari finiti male e di tanti buchi nell’acqua in questo senso. Operazioni pregevoli e di qualità, come ad esempio Par Condicio, scomparso dalle edicole da un giorno all’altro, o Frigidaire, perennemente in bilico tra vita e oblio. La stessa Frigolandia, gloriosa Repubblica della Fantasia messa su dal mai domo capitan Sparagna ha rischiato di essere smantellata solo qualche settimana fa nell’indifferenza generale.
Produrre e distribuire un giornale ha costi enormi, sopravvivere poi in un mercato drogato e piegato alle logiche di potere diventa una lotta con il countdown che ti morde le chiappe prima ancora di cominciare. Ci si lascia quasi sempre le penne e per chi con le “penne” ci lavora, la partita si perde 2-0!
Per fortuna c’è la rete, che permette di superare tutti gli ostacoli fisici del cartaceo e quelli pecuniari di produzione e distribuzione. La rete dimostra innanzitutto che chi fa satira c’è… e che nonostante tutto (compensi invisibili ad occhio nudo, ritmi fosennati, bilanci in passivo, tanta pazienza ed altre note stonate) gode di ottima salute! Non solo, la rete dimostra anche quanta fame di satira ci sia, svelando paradossi e contraddizioni del rapporto domanda/offerta e di mercato/lettori. Mi verrebbe da dire che la satira obbedisce al principio di Archimede: quanto più potere e censure tentino di spingerla sott’acqua, nell’oscurità, quella incrementa la spinta verso la superfice e la luce. Il problema, sotto gli occhi di tutti, è che sfacciataggine, arroganza, sberle verso il basso e zavorre supplementari sono tali da farla emergere raramente e solo per qualche attimo. Un paio di boccate d’ossigine e poi giù di nuovo in apnea coatta. E veniamo quindi al nocciolo della questione, la visibilità e i canali! Non è un caso che negli ultimi tempi, chi controlla i canali di cui sopra, tenti in tutti i modi di strozzare in alcuni casi e di impadronirsene in altri, della rete o di parti di essa… per nostra fortuna costoro non sanno di cosa parlano ed ignorano ancora cosa sia realmente internet, come chi si appresta a svuotare il mare armato di scolapasta… sulla testa! :)











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