Essedice, a teatro…

Essedice - Gipi e I sacchi di sabbiaIo e T. siamo seduti nell’ultima fila della gradinata in legno della chiesina di Sant’Andrea, a Pisa. Ci sistemiamo in alto perché così ci dicono di fare. Siamo lì per la seconda replica di Essedice. I faretti da palcoscenico sono puntati alle nostre spalle e riscaldano più del sole d’agosto. Sudo. Essedice è la trasposizione teatrale di S., il romanzo grafico in cui Gipi ha raccontato parte di sé, del suo rapporto col padre morto poco tempo prima. Essedice è una delle prime sperimentazioni teatrali in cui una storia, la sua storia, passa dalla verità alla visione del figlio/autore, dalle pagine illustrate alla tridimensionaltà del teatro. Il piccolo Gianni incontra e dialoga col Gianni adulto. Con il padrea S., la madre, nonchè findanzata di S., gli zii, l’uomo “con la testa tutta gonfia e nera”. Gianni Gipi, che tornando a casa sembra abbia ritrovato stimoli e desideri, continua ad essere anche sul palco l’io narrante. Ed è strano l’effetto delle maschere di Ferdinando Falossi, che restituiscono dimensione e profondità a personaggi già conosciuti nella graphic novel e sentiti raccontare con ancor più profondità e dettagli dallo stesso Gianni tempo prima, attorno a un tavolo, quando Gipi era ancora lontano -ma non molto- dalla stesura di S.
Se la recitazione musicata e illustrata de LMVDM è stata una felice intuizione, questo Essedice, in cui I sacchi di sabbia hanno apportato un contributo non irrilevante dentro e fuori la scena, è un tentativo di proseguire nel segno della contaminazione. Senz’altro interessante. Ma è difficle, oggi, esprimere un giuizio sull’opera in sé. Difficile scollegarla dal ‘Gianni-Gipi’, sempre presente, e da S., sia nella sua versione reale -ora trasposta nei ricordi di chi gli è sopravvissuto- sia nella sua versione illustrata.
Nessuno, o quasi nessuno, eccelle in tutte le arti. Non si può essere ottimi musicisti, ottimi attori, ottimi scrittori e ottimi narratori. Ecco, Gipi è senza dubbio il miglior narratore. Con o senza immagini. Il suo talento è riconosciuto, e forse questo apprezzamento diffuso e giustificato, legittimato dalla sua Arte, gli offre anche l’opportunità di sperimentare. E di avere un pubblico. Ben vengano quindi nuovi linguaggi e forme espressive più dirette. Ma non tutto ciò che tocca si trasforma in oro. E probabilmente questo, Gipi, neppure lo vuole. Qua convidivide un pezzo della sua storia. Con coraggio, quasi divertendosi. Ché esperienze di questo tipo possono anche diventare terapeutiche. Una sorta di collettiva seduta psicanalitica. Poi, quando avrò metabolizzato e declinato queste espressioni dell’arte e dell’anima, proverò anche a scrivere una recensione per Exibart.

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