Raramente mi capita che gli effetti emotivi di un film si trascinino nella mente la notte seguente. E’ successo con Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek. Il film, comunque melodrammatico, non è certo sullo stile de Le fate ignoranti o Saturno Contro. Tutt’altro. Una certa analogia si riscontra nella perfezione di certe interpretazioni e nell’emotività che genera conflitti. Stavolta senza soluzione di sorta. Valerio Mastandrea, ma ancora di più Isabella Ferrari, sono quasi perfetti nei rispettivi ruoli di marito e moglie con una separazione difficile alle spalle. Ma non bastano. Lui, capo scorta di un parlamentare che impersonifica la corruzione della politica d’oggi. Lei, precaria, lavora in un call center. Hanno due figli, la cui unica pecca (l’unica? il resto, poverini, non è colpa loro) è di aver poi prestato i propri volti alla fiction con la terribile conseguenza di far immaginare al grande pubblico i loro ruoli della tivù. Ma qua è un’altra cosa. Alla fine si racconta il dramma dello strappo affettivo e la depressione che ne consegue coi suoi tristi effetti, purtroppo prevedibili fin dai primi minuti del film. Ma se Mastandrea e la Ferrari se la cavano, purtroppo certi personaggi che fanno da contorno ai protagonisti, nonostante siano ben diretti da Ozpetek -che in questo, diciamolo, ci sa fare- non sono complementari alla storia. Si perdono, dissolvendosi. Di loro sfugge il significato, che si ritrova solo nei ritratti schizzati di un artista dalla mano abile. [Voto: 5]







Ultimo commento