Eppoi si pensa che solo i personaggi ‘popular’ siano capaci di riempire le sale. Luis Sepúlveda non è una rockstar, né un personaggio della televisione. Anche se deve parte della sua notorietà all’animazione (vedi “La Gabbianella e il Gatto”) e a un romanzo (“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”) che tutti citano -per lo più senza averlo mai letto- questo cileno si può definire a pieno titolo uno scrittore popolare. Grazie alla libreria Ubik arriva in una città come Lucca e riesce a far straripare pure lo spazio di San Cristoforo. Il pretesto? La presentazione del libro “Ultime notizie dal Sud”, che racconta una Patagonia che non c’è più anche grazie al fotografo Daniel Mordzinski. Faccio presente che ho realizzato questo video per LoSchermo.it.
J. Edgar e la genesi controversa dell’FBI
J. Edgar. Un paranoico ossessionato dai comunisti (o bolscevichi), dalle minacce -vere o presunte- all’America, dai negri. Un uomo condizionato dalla sua terribile e amata madre. Clint Eastwood offre un ritratto crudo e politicamente tagliente del gran capo dell’FBI. Eastwood, l’uomo perfezione, racconta in due ore e un quarto di pellicola la vita del controverso John Edgar Hoover. Cioè colui che per quasi mezzo secolo ha diretto il noto Bureau sopravvivendo -previo ricatti- ha ben otto presidenti Usa: Calvin Coolidge, Herbert Hoover, Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, Dwight D. Eisenhower, John Fitzgerald Kennedy, Lyndon B. Johnson, Richard Nixon. E noi che ci lamentiamo della politica italiana…
La biopic firmata dall’ottantenne regista non è certo la sua opera migliore. Eastwood ci ha abituati a film perfettamente confezionati, senza sbavature: da Mystic River (2003) a Million Dollar Baby (2004), da Changeling (2008) a Gran Torino (2008) fino a Invictus (2009) e Hereafter (2010). (Una produzione sovradimensionata rispetto alle capacità di scrittura e direzione di un sorprendente vecchietto). E anche J. Edgar non è da meno. Eppure manca qualcosa. Nonostante il piglio della denuncia fradicia di corruzione, nonostante inquadrature e narrazioni prive di sbavature, nonostante l’ossessionata ricostruzione biografica di un personaggio piuttosto ambiguo, be’, ecco quel che non vorresti vedere (e ascoltare): troppe scene teatrali in spazi chiusi, un invecchiamento palesemente di fiction per qualche volto, un doppiaggio che nella versione italiana -a discapito della tradizione- pecca di quell’anzianità necessaria. J. Edgar non è un film riuscito a pieno. Ma nonostante questo offre ancora spunti e motivazione perché si possa tornare a vedere un film di Clint Eastwood. Che con tutta legittimità possiamo definire un eterno. [voto: 6.5]
Irene ha il cancro, è lesbica e sogna il suicidio
La lettura di Irene e i clochard (di Florent Ruppert e Jérôme Mulot) è complessa. La prima volta scorre veloce. Sembra di assistere a un film francese della migliore generazione. Poi si arriva alla fine. E occorre un po’ di tempo per assorbire gli ematomi, per elaborare le emozioni, per prendere le giuste distanze da ciò che conoscevamo senza sapere di conoscere. Una volta compiuto il processo ci si può avvicinare alle seconda lettura. Questa è più lenta, quasi incerta. Perché quella leggerezza di segno, le architetture accennate, il vuoto che prevale sul pieno, be’, tutto concorre a creare una poetica espressiva che scorre parallela a un racconto intenso e vero. Così, fra le altre cose, su Artribune nasce pure l’articolo dal titolo “Poesia cancerogena”. Nel segnalarlo, ripropongo l’incipit di ciascun capitolo. Perfetta sintesi di un’abilità che trova nella scrittura la sua più bella manifestazione. Bravi Canicoli.
“L’amore romantico è stato inventato per manipolare le donne” – Capitolo I
“Morire per amore è bello ma stupido” – Capitolo II
“L’indifferenza e la menzogna sono potenti armi personali” – Capitolo III
“Il disgusto è la risposta appropriata alla maggior parte delle situazioni” – Capitolo IV
“A una certa età gli ideali vengono rimpiazzati da obiettivi convenzionali” – Capitolo V
“Le persone eccezionali si meritano delle concessioni speciali” – Capitolo VI
Disegno di Manuele Fior. In attesa di un film (forse)
L’Italia è fatta così: di colpo ti fa diventar famoso. Anche se poi la fama è consumata in una nicchia di eletti lettori. Un po’ snob, un po’ chic, un po’ così così. Manuele Fior, al di là della sua formazione da architetto che ignoro completamente, oggi è un buon artista. Riesce a comunicare storie apparentemente semplici applicando alla narrativa un gusto estetico invidiabile. Forse è anche per questo che si è guadagnato il Fauve d’Or al Festival International de la Bande Dessinée di Angoulême. Forse è per questo che grazie a Cinquemila chilometri al secondo (edizioni Coconino; forse diventerà un film) Fior si è guadagnato pure il Gran Guinigi a Lucca Comics & Games. Fior. Un buon artista. Sincero, puntuale, millimetrico. E pure modesto e un po’ timido. Caratteristiche che appartengono ormai a pochi. Cioè a quei lord della narrativa illustrata che non si sono fatti prendere dal proprio ego dimenticando se stessi. E’ anche per questo che amo Manuele Fior.
“L’ultimo terrestre” alla portata di tutti
Ebbene sì, L’ultimo terrestre di Gipi uscirà con Fandango in dvd e blue ray il prossimo 17 gennaio. Oltre al tradizionale trailer conterrà making of, backstage, scene tagliate, “La zanzara” e il finto servizio del Tg3 che annuncia l’arrivo degli alieni sulla terra. Il film -opera prima di Gipi, che non è certo estraneo all’uso della telecamera; basta guarda i filmati della Santa Maria Video- è stato presentato con un discreto successo di critica all’ultimo festival del cinema di Venezia, e si è aggiudicato il Premio Arca CinemaGiovani come miglior film italiano, la segnalazione da parte del sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani e il premio Fondazione Mimmo Rotella. Il film è tratto dall’opera di Giacomo Monti, Nessuno mi farà del male. Una tagliente e cruda raccolta di storie disegnate pubblicata e ri-edita recentemente sempre da Canicola. Anche di questo ho scritto sul magazine di carta di Artribune, di prossima uscita: “[…] Al cinema come nei libri, Gipi si identifica in personaggi né troppo buoni né troppo cattivi. E alla fine si assolve. Quasi sempre. Monti no. Lui scrive e disegna pezzi di vita con una passione e una fermezza autentica e quasi crudele. Per questo i suoi racconti […] con un segno grafico asciutto ma non minimale arrivano diretti allo stomaco lasciando un senso di velata inquietudine […]“. Insomma, se non si fosse capito preferisco il fumetto al film. Con buona pace di Gipi, che continuo a ritenere il miglior autore italiano nonostante si sia dato al cinema. Quella di Monti, con le sue enormi differenze, è una Grande opera. Il suo talento è in parte racchiuso in questa illustrazione di apertura, scartata dal magazine per quel suo taglio verticale che ahimè non si addiceva all’impaginazione. L’immagine che chiude il post è invece quella dell’esordiente protagonista Gabriele Spinelli, che in questa foto ricorda vagamente la cover del booklet Prima di essere un uomo di Daniele Silvestri.
Vi siete persi Beetle Bailey?
La naia è da sempre oggetto di parodie e ironie. Prima dell’italianissima Sturmtruppen di Bonvi -ricordo sempre le sue parole: “I piedi sono nel fango perché non li so disegnare”. Macché- c’è il Beetle Bailey di Mort Walker. Teobaldo Bizarra -un nome un po’ così…- ne ha parlato su Artribune con l’articolo “Striscia che ti passa”.
[…] E se a una prima lettura qualcuno potrebbe definirlo “superficiale” e dall’umorismo non propriamente “nuovo”, con la seconda lettura -dovuta- Beetle saprà dimostrare le infinite sfumature e il puzzle umano che compare al centro della vignetta o ai bordi di questa. Perché la striscia del signor Walker ha la particolarità di raccontare la commedia umana e raffigurare ogni nostro pensiero o azione: i suoi personaggi sono caricature del nostro vivere quotidiano, barattoli che contengono i nostri peggior vizi e le nostre più imbarazzanti e comuni abitudini. […]













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